La scuola dell’autonomia sull’orlo del fallimento.

Posted: 10th dicembre 2012 by iperscrivo in Senza categoria
 

Dopo un periodo di mancanza d’interesse per la scuola da parte della società civile, un lungo periodo di tagli lineari operati su più fronti hanno condotto la scuola ad accumulare forti disagi e quindi a prodursi nelle conseguenti forme di protesta.

La scuola è confusa, confinata in un’anomalia di sistema: da una parte lo stato non investe né offre opportunità, ma al contempo toglie tanto, anche il vitale chiedendo di operare al pari di un sevizio pubblico alla cittadinanza.

Una scuola che sempre più agli occhi dell’opinione pubblica e di chi la amministra è vista con occhi di disprezzo e di mancanza di stima, faccio riferimento alle parole del Premier “Professore” alla trasmissione di Fazio.

In questo modo la scuola italiana è sull’orlo del fallimento. Così come sono fallimentari tutte le altre istituzioni pubbliche: politica, democrazia, educazione, occupazione, salute, sicurezza, ambiente, analfabetismo, etc…

La scuola si avvia al fallimento anche per una questione economica. La situazione finanziaria della scuola, analizzata dai bilanci, non sembra essere fallimentare, perché lo “Stato” costringe le scuole pubbliche a dichiarare i cosiddetti “residui fissi”  come voce di bilancio in entrata, ma omettendo l’effettiva erogazione delle somme ad essi corrispondenti, paralizzando in questo modo i bilanci delle scuole.

Le scuole dell’autonomia si trovano in condizioni di non poter spendere per le proprie necessità, ancor meno ad investire nel miglioramento dell’offerta formativa, nell’innovazione tecnologica e nella didattica.

Quando lo Stato promette e mai salda le somme, la scuola va in debito. Nella mia istituzione scolastica, all’ultimo Consiglio d’Istituto, è stato chiesto di eliminare dal bilancio i “residui fissi” (quelle somme dichiarata dallo Stato come “certe” nella cassa (quindi certo il loro finanziamento), ma poi non accreditate.  La scuola, dando per certe quelle somme, ha contratto degli impegni che ora deve onorare per evitare conflitti e contenziosi. La scuola quindi si trova a fare anticipi di cassa prendendo da altre voci, altri introiti non statali, solitamente i contributi delle famiglie per continuare ad operare. Evitare di portarsi i “residui fissi” nei bilanci successivi permette di avere una visione pratica del vero fondo di cassa e un reale controllo dei “flussi di cassa”, non corrotti da crediti statali (risalenti anche al 2006-07) e mai ottenuti. Il credito statale diventa in questo modo una sorta di cancro da dover estirpare!

Tutto ciò nonostante gli intenti e le innovazioni ministeriali quali l’avvio delle nuove procedure amministrative e contabili del 2009/10 (capitolone, cedolini unici…), le scuole hanno continuato ad accrescere il proprio disagio amministrativo, l’impossibilità di pareggiare un bilancio sempre in rosso, con l’impossibilità di essere veramente scuola dell’autonomia. Quale autonomia senza autonomia di spesa? Quale autonomia o differenza rispetta ad un’altra scuola senza finanziamenti? Quale Autonomia con i tagli al personale scolastico? Solo e soltanto tagli per di più lineari, in altre parole operati senza alcun criterio.

Il fallimento delle scuole non proviene solo dai bilanci perennemente in rosso, ma anche dalla mancanza cronica di personale. I tagli al personale di vigilanza (collaboratori) hanno comportato situazioni pericolose, nonostante le richieste, l’organico è stato ugualmente ridimensionato, occorre farselo bastare andando contro tutte le leggi in materia di sicurezza, prevenzione, etc.

Nessuna sostituzione del personale docente, gli alunni sono divisi in altre classi in modo che le attività didattiche e la formazione siano sempre meno efficaci.

La situazione precipita quando si menziona la sicurezza delle strutture scolastiche, basta far capo alle denunce dei sindacati che illustrano una mappa diffusissima degli edifici scolastici italiani in decadimento e senza certificati di sicurezza e agibilità.

I dirigenti scolastici sono diventati gli amministratori dell’illegalità. Da una parte chiedono allo stato ed enti locali, quanto dovuto per operare, dall’altra non ricevendo nessun finanziamento ma solo tagli, continuano a operare in uno stato d’indigenza e precarietà che porta al pericolo. Pur di non essere accusati di “Sospendere un servizio Pubblico” si addossano le responsabilità di tenere aperta una struttura che giorno dopo giorno, diventa sempre più rischiosa.  Scuole senza riscaldamento, senza mezzi di prima necessità (carta igienica, carta per fotocopie, con impianti elettrici fatiscenti, mura e porte rotte, etc…) senza sorveglianza, senza docenti sono queste le scuole dello stato? Scuole senza nulla, spogliate di tutto anche della propria dignità e della stima di chi ci lavora!

Scuole che rimangono slegate dalle richieste europee, che sono inutili al sistema formativo per mancanza di collegamento con il mondo del lavoro. Scuole che producono sempre meno capacità e competenze!

A tutto ciò lo Stato sembra aver trovato la soluzione. Privatizzare. Nei decenni passati quando si affacciava la cosiddetta “Seconda Repubblica” per risanare lo stato fu necessario privatizzare innumerevoli enti pubblici. La scuola e la sanità rimasero immuni. Ora, la cabina di regia cerca di “guidare” la scuola lungo questa strada.

Un primo passo è stato compiuto finanziando la scuola privata, diversi milioni di euro le sono stati messi a disposizione, le scuse della validità di detto finanziamento sono inutili descriverle. Si affaccia però una diversa gestione: la privatizzazione o eliminazione della scuola pubblica e la sovvenzione di quelle private. Al tempo delle privatizzazioni lo stato metteva in vendita i suoi “gioielli” al miglior offerente. Lo scopo era duplice, far cassa e rendere produttive strutture che per l’amministrazione statale erano sempre in passivo. La scuola non è certamente un’azienda produttiva, nessun privato potrà mai ricavarci nulla se l’istruzione rimane un diritto gratuito e fondamentale per la nostra Costituzione.

Le scuole private invece, rivolte ai facoltosi, operano in modo produttivo secondo la logica economica del maggior rendimento ad un prezzo adeguato. Alla scuola privata si offre quello che la pubblica non può dare (Diciamo bene che non può dare attualmente, ma poteva erogare fino a pochi anni fa). La privata permette: orario prolungato, laboratori e attività alternative e integrative, innovazione didattica, funzionamento didattico certo.

Chi vuole di più come servizi è disposto a pagare in più. Molto di più! Queste scuole, solitamente cattoliche, sono care, ma tanto care che il comune cittadino della classe media non può permettersi la sua retta, se non a costo di forti sacrifici e per non più di un figlio.

Lo stato le finanzia!

Lo stato evita che queste paghino l’IMU! Il cittadino facoltoso le finanzia.

Le scuole per i ricchi ricevono finanziamenti, mentre quelle del resto dell’Italia (la maggioranza) invece non riceve nulla! Anzi ricevono solo promesse e null’altro. Le scuole pubbliche, non ricevono finanziamenti dei genitori, il loro contributo e miserevole rispetto a quello che ricevono le private, si tratta di un contributo annuale “volontario” di poche decine di euro (che occorrono per l’assicurazione e altri servizi primari). Inconfrontabili alle rette mensile delle private le cui rette sono di diverse centinaia di euro al mese.

Forse lo stato con la legge “Aprea” intendeva condurre le scuole Statali a divenire aziende partecipate dai privati. Una sorta di partecipazione economica del privato, che entrava di diritto nel Consiglio d’istituto. Le imprese avrebbero rappresentato l’aiuto fornito alle scuole per ottenere un’azione formativa rispondente ai propri bisogni industriali. Avrebbero investito del proprio capitale allo scopo di sovvenzionare alcune scuole, discorso valido per le secondarie più vicine a formare il futuro operaio o classe dirigente, mentre cosa sarebbe stato delle scuole primarie? Chi le avrebbe finanziate?

La classe dirigente politica italiana non sa più cosa inventarsi nei confronti delle scuole, dopo essere passati per l’aumento a 24 ore ai docenti, con un incremento del 33% del carico lavorativo, senza corrispondente adeguamento salariale, cerca gli stessi risparmi tagliando sempre sulla pelle della scuola. Si parla ora di ridurre i contributi per le funzioni strumentali e per le attività del Fondo d’Istituto. Tagli, tagli e soltanto tagli, ormai per il personale scolastico sembra una cantilena imparata a memoria. Sembrerebbe strano il contrario.

La scuola avviata su questa china si dimostra ormai del tutto fallimentare. I nostri figli si recano a scuola giocando all’enalotto per ricevere un servizio adeguato. Giorni nei quali il servizio scolastico, sfidando tutte le leggi economiche è produttivo, e giorni nei quali vi è una reale impossibilità nello svolgere una lezione per mancanza di un nonnulla o di un docente.

Sui grandi numeri le scuole italiane ne escono ulteriormente fallimentari per quando riguarda l’innovazione. I vari ministeri fanno a gara a introdurre innovazione tecnologica nelle scuole, calando tecnologia dall’altro. Diffusione avvenuta a macchia di leopardo di strumenti quali: LIM, cl@assi 2.0. Diffusione che sembra aver cavalcato i soli scopi propagandistici, perché avvenuta senza un’adeguata preparazione del personale scolastico, forse nell’ottica di accontentare i rivenditori di tecnologia, senza ascoltare i reali bisogni formativi.

Da una parte una tanto “osannata” autonomia della scuola che dovrebbe rispondere alle esigenze del territorio adottando un’opportuna didattica, dall’altra una mano lunga dello stato che cala su di essa le sue personali ricette!

Obbligo all’uso della dematerializzazione degli atti (pagella o di un registro elettronico) o di determinati strumenti informatici.

Alcune scuole, per altro, sono riuscite a svecchiare il loro impianto tecnologico solo grazie ai fondi FESR, altrimenti sarebbero ancora colpevoli di utilizzare tecnologia informatica del millennio scorso!

 

A me pare che la scuola sia destinata a fallire, tanto più che i continui tagli, le riduzioni operate senza soluzione di continuità saranno compiute anche negli anni a venire. Di questo passo più che scuola dell’autonomia quella italiana diverrà la scuola dell’abbandono! Nessun piano a lungo termine viene studiato per il futuro del cittadino, all’incertezza dell’economia e della produttività europea e nazionale si aggiunge anche la dismissioni delle basi di una società civile: il suo sistema d’istruzione e formazione.

 

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